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"Scusa Ameri, a te studio..."

07/11/2014

Autore: Prof. Giuseppe Ruggiero

"Scusa Ameri, a te studio…"

Radio1.jpgProbabilmente per i più giovani questa frase non avrà alcun senso. 
Ma chi è un po’ più avanti negli anni ricorderà quasi certamente la mitica espressione ascoltata ogni domenica alla radio durante le telecronache delle partite di calcio.

“Scusa Ameri, scusa Ciotti, interrompo da Genova per informarvi che in questo momento il Napoli è passato in vantaggio, con un goal bellissimo di Sivori su calcio piazzato.” Erano i tempi di “Tutto il calcio minuto per minuto”, un vero e proprio rito, capace di unire gli italiani dalla Lombardia alla Sicilia, dal Veneto alla Puglia; come lo ha recentemente definito  Gianni Minà, “un amico di famiglia che ha scandito la memoria di generazioni di italiani”.


In quegli anni, tantissimi giovani, mariti e padri di famiglia, almeno quelli che non erano frequentatori abituali dello stadio, potevano seguire le partite delle loro squadre del cuore, tenendo le radioline attaccate all’orecchio, magari mentre erano a passeggio con fidanzate, mogli e figli. Tifosi della curva e tifosi della radiolina. Io ero tra questi ultimi ed è ancora vivo dentro di me il ricordo dei pomeriggi domenicali, passati a seguire collegamenti e risultati, a partire dalle 15 circa, spesso sul letto, disteso accanto a mio padre, attraverso una piccola radio di colore rosso, immagine rimasta intatta, come una vecchia fotografia, nell’album delle  mie più care memorie di infanzia. 

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Ebbene, la celebre trasmissione fu trasmessa per la prima volta nel 1959 e va in onda ancora oggi. Il primo conduttore fu Roberto Bortoluzzi; tra le voci storiche collegate dai campi di pallone, quella di Enrico Ameri da Firenze, Giuseppe Viola da Bergamo, Alfredo Provenzali da Genova, Mario Gismondi da Bari, ma soprattutto l’indimenticabile ed inconfondibile voce roca di Sandro Ciotti da Napoli.

 

Memorabile anche la sigla musicale, “A taste of Honey”, eseguita dal celebre trombettista statunitense Herb Alpert (» Ascolta "A Taste of Honey")
 

Microfono.jpgSollevo subito una domanda: non era più bello tutto il calcio minuto per minuto, quando potevi immaginare i goal, le azioni, i capovolgimenti di gioco, i falli e le espulsioni, le decisioni arbitrali, l’esultanza degli spalti e la gioia di chi con l’ultimo risultato dell’ultimo minuto poteva alzare al cielo la schedina vincente del totocalcio? Oppure preferite le fantastiche riprese di Sky, le infinite opzioni tecnologiche che ci consentono, ormai non solo più di domenica, ma anche duranti gli altri giorni della settimana, di coltivare la passione sportiva più diffusa, tra campionati italiani, europei e mondiali?

Eppure, chissà quanti di noi, al tempo di “tutto il calcio minuto per minuto”, avranno sognato almeno una volta, mentre ascoltavano la radio, di poter vedere un giorno alla TV tutti  i goal in diretta!
Ebbene, anche se questo è accaduto e possiamo solo esserne felici, la radio continua a mandare in onda  la stessa trasmissione da cinquant’anni, nonostante la diffusione di megaschermi e le straordinarie potenzialità dei collegamenti in rete.

Nessun progresso, infatti, è riuscito a spegnere la voce amica della Radio, che proprio pochi giorni fa, esattamente il 6 ottobre, ha festeggiato i suoi 90 anni di vita: l’anniversario del più antico tra i mezzi di comunicazione di massa. La prima trasmissione andò in onda proprio il 6 ottobre del 1924, con un  programma di musica classica. Durante quasi un secolo, questa piccola, grande invenzione è stata capace di raccontare alcuni dei momenti più significativi della nostra vita e della nostra storia: dalla morte di Kennedy nel 1963,  al discorso alla luna dell’anno prima del Papa buono, Giovanni XXIII, alla strage di via D’Amelio, alla conquista della medaglia d’oro di Pietro Mennea, alle Olimpiadi di Mosca del 1980. 
 

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Dunque, dalla voce acustica di  Enrico Ameri, che rappresenta la tradizione, alle immagini in alta definizione del nostro presente, chiediamoci: quale continuità è possibile rintracciare? Come possiamo guardare al futuro senza cadere nella trappola del solito luogo comune: ma ai miei tempi..?

Amava dire Gustav Mahler: “La tradizione è custodia del fuoco, non adorazione della cenere” . Custodire il fuoco del passato, per poter, più che scoprire, inventare il futuro. Il futuro, infatti non si prevede, ma si inventa. Ecco un’operazione importante anche per il nostro ambito professionale, di formatori, ricercatori e clinici.

Insisto, allora, con le mie domande: non trovate che i centri commerciali siano orribili, mentre sono più affascinanti i piccoli negozi artigianali? Non vi sembrano brutte le megalibrerie, mentre ormai stanno abbassando le serrande, una dopo l’altra, tante piccole, famose, librerie storiche delle nostre città? Non trovate belli i vinili e brutto l’I-pod, perché in quei pochi centimetri c’è tutta la musica dentro e tutto significa niente?
 

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La verità è che il nuovo spaventa, mentre noi non possiamo fermare il progresso, ma solo provare a comprenderne la direzione e il senso.

Ora, da parte mia devo riconoscere che quando parlo di futuro, di eredità, di padri e figli,  non posso non contattare un sentimento che ho sempre ritenuto fondamentale nell’esperienza della mia vita, il sentimento della nostalgia. Nostalgia: da “nostos”, ritorno” e “algos” dolore, cioè dolore per l’impossibilità del ritorno.

 

In genere siamo abituati a pensare alla nostalgia come ad un sentimento regressivo, cioè come a qualcosa che ci mantiene incollati ad un passato che non può ritornare più e ci impedisce di guardare avanti, di continuare a progettare il futuro. Questa è la nostalgia chiusa, fatta di mancanza, che solo il ritorno può colmare. Io credo invece che la creatività del legame familiare e quindi la sua forza di continuità e di trasmissione attraverso le generazioni stia nel riuscire a mantenere vivo il sentimento della nostalgia, intesa non come rimpianto per quello che non c’è più o non si è avuto, una sorta di ripiegamento intimistico e melanconico, ma come sentimento aperto, innovativo, motore di conoscenza e di cambiamento, fatto di memoria e di futuro, una memoria creativa e un futuro carico di storia, di segni e di radici .

La casa natale non è un punto di arrivo, ma il punto di partenza di una nuova avventura. La nostalgia non guarda al passato, ma è coscienza di qualcos’altro, coscienza di un altrove.  

Lo scoglio di Itaca è solo uno scalo provvisorio sulla via di un ritorno infinito”. (Jankélévitch). Una nostalgia, dunque, che ci aiuti a vivere il presente e, soprattutto, che  ci faccia guardare avanti.

Si va verso il passato, come se si andasse incontro al futuro. Si cercano le proprie radici, come se fossero frutti, si coltiva in silenzio un sogno, come se fosse una domanda: chi sono? Ma, presto o tardi, quel sogno è destinato a crollare ed è proprio allora che incomincia la parte  più autentica della nostra ricerca…
 

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Come dimenticare le struggenti parole di Walter Benjamin, ispirate dall’
Angelus Novus di Klee; 
l’angelo della storia ha davanti i “cocci” del passato, ma non può fermarsi a raccoglierli perché “un uragano lo spinge irrefrenabilmente verso il futuro, cui volge le spalle, mentre i cumuli di macerie gli crescono davanti sino al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”. Parole profetiche che racchiudono nostalgia per ciò che si è perso e attesa per ciò che verrà.



Quando penso ad una società-mondo dai confini sempre più mobili e flessibili, ad un’identità dai confini sempre più cangianti, quando proietto in avanti il destino dei figli, e quello dei loro figli, avverto un senso di spaesamento difficile da dirsi e spiegarsi. Sento il tempo che si muove, inesorabilmente in avanti,  percepisco il senso delle transizioni.

Francoise Jullien ha descritto in un suo affascinante saggio “Le trasformazioni invisibili”, come la nostra cultura sia incapace di cogliere quei cambiamenti impercettibili, lenti e regolari, che trasformano radicalmente il reale quasi a nostra insaputa.

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“Non vediamo la terra riscaldarsi, più di quanto non si vedano i fiumi scavare il loro letto, i ghiacciai sciogliersi o il mare erodere la riva… o gli amanti diventare lentamente, giorno dopo giorno, indifferenti…. Fino a che, quasi sempre in maniera improvvisa, restiamo sorpresi dal fatto che qualcosa è mutato, spesso irreversibilmente”… Invecchiamo senza accorgercene. Poi un giorno all´improvviso, rimaniamo sorpresi di fronte a una vecchia foto, rendendoci conto dei cambiamenti avvenuti senza che ce ne rendessimo conto. La trasformazione silenziosa è invece sempre in movimento, rimanda a una realtà fluida e indeterminata, dove ciò che è,
contemporaneamente è già anche qualcos´altro

Dunque, la vita in transizione e la transitorietà della vita stessa, dei legami, delle storie. Ecco, tutto questo mi emoziona, si tratta evidentemente di un sentimento più grande del mio Io, della mia mente. Io sarò, noi avremo, voi tornerete, essi se ne andranno, che cosa diventeremo… La vita coniugata al futuro. Il senso umano della vertigine. Il senso vitale del movimento che è alla base di tutto.


Come ci ricorda Rilke, “Il futuro è in noi prima ancora di essere accaduto”.

 

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Scusa Ameri, mi sono allontanato dal campo di Genova: come sta andando la partita oggi? Gioca bene la mia squadra in  trasferta? Come? Perché non guardo la Tv, Sky? Che cosa ci faccio ancora con questa vecchia radiolina poggiata sul torace? Ora che ho superato persino l’età di mio padre?

Caro Enrico, caro Sandro, figure amiche e mitiche della mia adolescenza, devo dire che per  me la radio rimane un mezzo di comunicazione magico, capace di trasmettere emozioni, di affascinare con le parole e con la musica, di farci entrare con leggerezza in un’altra dimensione, dove lo spazio dell’ascolto si fonde con quello dell’immaginazione. Nell’era del digitale che segna il primato della vista sull’udito, la radio continua ad essere uno strumento insostituibile.

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E allora, a questo punto della trasmissione, proprio nell’intervallo tra primo e secondo tempo, decido di  cambiare canale, scegliendo di rimanere qualche minuto in compagnia di un motivetto swingato, una canzone assai carina di Pacifico : “Parlarmi radio”.



E allora parlami radio, e parlami stasera,

dell'arrivo del caldo, di un’altra primavera…

E degli amori infelici, del futuro, del lavoro che non c'è…

E mentre parla la radio, a scherzare io e te.

Una strada, una radio, a cantare io e te.

Una stanza, una radio, a ballare io e te.

Ascolta "Parlami Radio")

 

 

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In fine, prima di spegnere la radio, vorrei suggerire a tutti i giovani, ma anche ai più esperti terapeuti, di continuare ad ascoltarla, in auto, durante i viaggi, a casa, sotto la doccia, la sera prima di addormentarvi. Da questa piccola scatola sonora, infatti, potete apprendere a coltivare, l’arte dell’ascolto, sviluppando una nuova sensibilità estetica, fatta di discrezione, intimità, immaginazione, umorismo e creatività. Quella meravigliosa arte di fondere insieme parole e musiche, parole/note e parole/sconosciute, lasciando che sia il suono delle voci e quello degli strumenti a guidare la vostra fantasia, giocando a confondere la linea di confine tra le immagini del passato, le consistenti lusinghe del presente e gli insondabili scenari del futuro.

 

Buon compleanno, Radio!
Ai prossimi 100 anni, con l’augurio che tra le insondabili frequenze di interminabili reti satellitari, non perderemo mai di vista la tua stella polare.          



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