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CINEFORUM IMEPS A CURA DI MARIAGRAZIA PATURZO E SILVIA D'OVIDIO

06/06/2020

Autore: Serena Celentano Nunzia Di Palma Giusi Errico Valeria Mazzilli Anna Maria Tufano

 

A proposito di “Sorry we missed you”

 

“Tu non sei assunto qui, tu sali a bordo, tu non lavori per noi tu lavori con noi, non ci sono contratti di assunzione né obiettivi di produzione ma standard di consegna, non ci sono salari ma parcelle, non timbri il cartellino ti rendi disponibile, sei padrone del tuo destino quello che divide i perdenti dai guerrieri” 

 

Incipt su schermo nero, solo l’audio che ci catapulta nel colloquio che Ricky Turner (Kris Hitchen) sta sostenendo con il suo futuro datore di lavoro per diventare un self-employed driver (corriere imprenditore di se stesso). Qualcosa non torna? Possono andare insieme “datore di lavoro” e “imprenditore di se stesso”?

La contraddizione ben descrive lo slancio alla dignità e al miglioramento delle proprie condizioni di vita e l’illusione di libertà, quella libertà che la società neoliberista ha promosso (promesso) a caro prezzo.

 La libertà è sovrapposta all’assenza di tutele e di diritti, ogni decisione al riguardo si configura come una scelta nella non scelta e "Sorry we missed you” è il racconto incalzante di questa trappola.

In una società in cui la parola “personale” non può essere pronunciata “per chi mi hai preso per uno psicologo?” Chiede il supervisore Maloney (Ross Brewster) quando Ricky deve allontanarsi dal lavoro per una delicata questione personale, in una società in cui tutte le persone che non producono sono considerate scarti (gli anziani e disabili con cui lavora Abbie, la moglie di Ricky) dov’è finita l’umanità?

Ken Loach sembra chiederselo e chiedercelo da tutta una vita attraverso le sue pellicole pregne di realismo. Il regista e il fido sceneggiatore Paul Laverty hanno passato mesi tra i lavoratori delle consegne, li hanno interpellati e ascoltati prima di definire il progetto (a tutti questi lavoratori vanno i ringraziamenti nei titoli di coda); inoltre la ricerca di attori non professionisti che nella vita svolgono un mestiere uguale o simile a quello riprodotto nella finzione (Kris Hitchen è un idraulico abituato a guidare il furgone, Debbie Honeywood un’infermiera domiciliare) contraddistingue da sempre il lavoro del regista britannico.

Sarebbe dunque un errore grossolano nel tentativo di comprensione e riconoscimento dell’altro, eludere il contesto in cui le persone sono calate, proprio come la famiglia Turner che è posizionata all’interno di un sistema più ampio che detta vincoli e risorse.

Loach in “Sorry we missed you” narra come i cambiamenti economici e sociali impattano nella vita delle persone, come il fuori entra perturbando un equilibrio e come le persone a loro volta influenzano il contesto macro, lottando con sofferenza e creatività per avere opportunità di vita.

Loach ci ricorda quello che anche le evidenze scientifiche hanno dimostrato: i determinati sociali (l’essere molto povero, l’essere molto escluso o ignorante) sono dei potenti determinanti della salute delle persone. Sulla salute influiscono anche le condizioni socio ambientali in cui le persone vivono, crescono, lavorano, invecchiano amano e muoiono.

C’è insomma tutta la nostra epoca, tratteggiata a meraviglia anche se la città la vediamo solo dal finestrino, perché in questo film nessuno ha mai tempo per nessuno e il lavoro rischia di disintegrare la famiglia. Così, una bella famiglia felice di Newcastle, solidale su un'illusoria aspettativa d'indipendenza, si sgretola in fretta sotto i colpi degli inconvenienti quotidiani, della stanchezza, la tensione, l'ansia che cresce. Il figlio diciannovenne, writer scontroso in piena crisi di crescita, s'inasprisce ancora di più (soprattutto con il padre), mentre la bambina di undici anni è costretta a organizzarsi da sola la vita, sulle indicazioni che la mamma le detta al cellulare tra un bus e l'altro. L’unità familiare è forte ma quando entrambi prendono strade diverse tutto sembra andare verso un inevitabile punto di rottura.  Ciononostante è interessante vedere le risorse di questa famiglia che malgrado le enormi difficoltà, nel momento del bisogno si sostengono reciprocamente.

 

 

 

 

Stasera è la mia sera con la famiglia e ho già fatto straordinario, quindi no, non posso farlo. 

 […] 

E’ Molly una delle mie anziane, è tornata a casa ma non c’era nessuno. Non risponde nessuno ed è bloccata lì da tre ore, non può andare né a letto, né in bagno. Ci devo andare io da lei, se non ci vado non riesco a dormire!” 

 

Il film ci innesca molti interrogativi in merito alla bilancia famiglia - lavoro: entrambi molto importanti che concorrono alla costruzione della nostra identità. Il vero pericolo sta nell’eccesso, nella fusione, che in entrambi i versanti sia nel contesto familiare che lavorativo può rivelarsi molto pericoloso. La fusione in ambito lavorativo porta ad “essere il nostro lavoro” non a fare. Diventiamo macchine progettate a raggiungere obiettivi per scappare dal fallimento e dall’idea di non essere abbastanza.

Uno spunto di riflessione anche per i datori di lavoro che davanti alla prima difficoltà familiare da parte di un lavoratore dipendente, storcono il naso e additano all’impiegato la scarsa dedizione al lavoro senza mai pensare alla via media, all’importanza di bilanciare la famiglia e il lavoro.

 

 

“Faccio dei sogni terribili: Io che affondo nelle sabbie mobili e i ragazzi che cercano di aiutarmi con un ramo ma è come se più io lavoro, più insisto a fare ore e più continuo ad affondare in quel grande buco, lo sogno di continuo”

 

E’ questa l’idea del tempo che qui viene percepita, come un flusso che scivola via veloce, intrappolando corpi e risucchiando nel suo vortice desideri, sogni, aspettative. L’immagine onirica a cui ci conduce questo sogno raccontato da Abbie è quella di una clessidra gigante abitata da persone. Si ha la percezione di non avere il controllo di sé, di ciò che succede intorno e nelle vite delle persone che amiamo. E’ questo il tempo del fare, dell’esecuzione e della produttività, che è in netto contrasto con il tempo dello stare e del pensare, più lento, più gentile. E’ un tempo che trasforma in esseri alienati e questo riusciamo a coglierlo attentamente dall’evoluzione del personaggio di Ricky. Da ingenuo sognatore desideroso di offrire all’amata famiglia un avvenire sereno e sicuro, nonostante l’incertezza del tempi economicamente duri in cui si trova a vivere, si ritrova invece schiavo della società capitalista. Le vite di Ricky e di Abbie si trasformano così, in una lotta contro il tempo, in una sfrenata corsa ad ostacoli verso l’efficienza e l’adempimento degli oneri lavorativi. Vale la pena sottolineare però l’umanità di questi personaggi, il loro coraggio con il quale sfidano le leggi del tempo per potersi dedicare alle relazioni umane, per potersi sentire essere umani e non automi e lo fanno prendendosi amorevole cura delle persone assistite, per Abbie, e assecondando il bisogno di intrattenere micro conversazioni, laddove se ne potrebbe fare a meno, tra una consegna e l’altra, per Ricky. E’ l’umanità che salva dall’estraniazione del tempo e l’unica cura possibile per questo è tornare ad ascoltare il suono dei proprio respiri e seguire i propri battiti del cuore e delle persone care e non i beep dello scanner personale, “cuore pulsante” del deposito merci.

 

 

I PERSONAGGI (Persone)

 

Abbie (Debbie Honeywood) svolge una professione d’aiuto, è un’assistente domiciliare e nel suo lavoro domina la precarietà (ritornano le contraddizioni).

Nonostante ciò prova ad essere il punto fermo di persone che vivono una condizione di fragilità. Si ribella alla logica imposta per cui “non si familiarizza con i clienti” e si rifiuta di considerare l’altro come un “vecchio” o un “disabile”: Abbie incontra persone con una storia, con dei bisogni e delle emozioni. Fa di tutto affinché la sua fitta agenda non si popoli solo di appuntamenti da spuntare, ciò che conta è la qualità delle relazioni che instaura.

In parallelo, fatica ad occuparsi quanto vorrebbe delle relazioni familiari: il lavoro richiede tempi pressanti e lunghe distanze. Mamma premurosa e attenta, fa sentire la sua presenza attraverso messaggi nelle segretaria dei suoi cari dove impartisce l’organizzazione della giornata tra un intervento di lavoro e l’altro.

Sommessa, gentile e poco incline alle manifestazioni di rabbia, emozione, quest’ultima che può concedersi solo con gli estranei e come un aspetto non riconosciuto del sé.

Tiene insieme le diverse anime della famiglia, è depositaria dei delicati equilibri e sa comprendere ora i bisogni e le fatiche del figlio adolescente, ora della figlia pre adolescente, ora del marito e ne sorregge il peso: è un Atlante dei nostri tempi.

Chi si prende cura di lei? In uno dei momenti più intensi per il suo personaggio, ritorna bambina e si fa pettinare i capelli da una donna anziana di cui si prende cura: è il momento in cui può cedere e concedersi le lacrime. La solitudine di Abbie è straziante e se da un lato si dà anima e corpo al lavoro e alla famiglia, dall’altro ci interroghiamo su cosa voglia esprimere il suo darsi senza riserve.

 

“E’ stato bello oggi” sono le parole che Liza Jane pronuncia al padre in un attimo di pausa ritrovata, conquistata dopo una corsa contro il tempo.

Liza Jane, 11 anni, la più piccola della famiglia ma incredibilmente adulta e con addosso un carico emotivo più grande di lei si posiziona come un’osservatrice esterna che con determinazione e tanto amore prende la sua “cassetta degli attrezzi” per rimettere insieme i pezzi di quel puzzle che rimangono, di quelle foto che un tempo li avevano ritratti felici.

A parlare è anche la locandina del film che fotografa quell’attimo di felicità, quel “qualcosa di eterno” (come direbbe in una sua canzone G. Caccamo), tra il padre e la figlia. Un idillio al tramonto interrotto in un istante da un “beep dei due minuti” e da lì riparte la corsa contro il tempo.

Liza l'eroina della famiglia, riesce ad attivare operazioni di salvataggio della propria famiglia: dotata di uno zaino emotivo sulle spalle, affronta questo viaggio vorticoso di regole e doveri combattendo con la perdita del sonno ed enuresi notturna. Un sistema famiglia che si mostra apparentemente funzionale e dinamico, ma che restituisce sregolatezza e sofferenza. Un profondo amore che lega la famiglia. Il tempo diventa nemico, trasformandosi, da tempo costruttivo trascorso insieme per sostenere la base sicura, a tempo distruttivo, che devasta ogni tipo di comunicabilità.

Appare così l’immagine di Liza-mamma che accudisce, si preoccupa e si occupa dei genitori-figli stravolti dal sonno sul divano di casa. Liza è investita da una profonda sensibilità e intelligenza da fungere come perno regolatore di ogni rapporto relazionale della sua famiglia. Ma anche un’eroina ha il suo limite e cede sotto il peso di un ruolo che non le appartiene. Così, anche la piccola Liza perde il controllo e agendo d’astuzia tenta di far “tornare tutto come prima”.

Ci dispiace non averti trovato è il messaggio che Liza e tutta la famiglia presa dalla rabbia potrebbe lasciare al padre Ricky, invece la famiglia c’è, non vuole arrendersi, persiste e resiste alle continue lotte dettate da una società distruttiva.

 

Sebastian primogenito in età adolescenziale, è colui che esterna di più la sua sofferenza legata ai cambiamenti lavorativi dei propri genitori, se fossimo in una seduta di terapia, Sebastian potrebbe essere il portatore del sintomo.

I genitori rincorrono il tempo, logorati dalla propria attività lavorativa e tutto ciò comporta inevitabilmente sia un’assenza fisica che una trascuratezza emotiva nel versante familiare.

Come risponde l’adolescente? Innescando una serie di attività delinquenziali di crescente entità: marina la scuola, innesca risse e viene arrestato per furto. Tutti tentativi per farsi vedere dai genitori, è il suo modo di ribellarsi al cambiamento familiare.

Durante i momenti di forte conflittualità con il padre, Seb assume molto spesso un atteggiamento sfidante, rimarcando continuamente la condizione di vita fallimentare del padre: “Sei tu che decidi di fare lo sguattero, nessuno viene a chiamarti”

L’adolescente si rivela un ribelle ma allo stesso tempo un ragazzo fortemente sensibile sia nelle relazioni con i pari che nel momento in cui il padre è stato pestato: vi è una somiglianza con la figura materna nella forte premura di occuparsi del benessere dell’altro.

Sebbene Seb sia il fratello maggiore, è spesso la sorellina Liza a farle da “madre” e prendersi cura di lui: la mattina lo spinge ad andare a scuola e si interessa della passione di Seb per la street art -totalmente sconosciuta da parte dei genitori

 

Ricky è forse uno dei personaggi più complessi di questa storia. Possiamo definirlo un ingenuo, un testardo, un egoista, un sognatore, un oppresso, eppure ci sembrerà di non riuscire a cogliere fino in fondo la sua natura. E’ un personaggio in continua evoluzione e non neghiamo che da sistemici-relazionali suscita tanta curiosità scoprire qualcosa in più del suo passato che qui è lasciato non troppo all’immaginazione, perché probabilmente porta con sé e nella relazione con suo figlio molto della sua storia passata. In molte occasioni scopriamo in Ricky l’altra faccia della medaglia: è un padre e marito che ha molto a cuore il futuro della propria famiglia e sceglie di sacrificare la propria vita in nome di questa fedeltà, ma decide di surclassare la moglie facendole vendere la propria auto per acquistare il suo furgone da lavoro, vincolandola ad andare a lavoro usando mezzi pubblici; si dimostra un padre amorevole che spende il tempo che ha a disposizione per stare e per giocare con i propri figli, ma quando è estremamente preso da sé e ai limiti di un crollo perde il contatto con le persone amate ed esce fuori la sua natura più violenta, dove non è tanto uno schiaffo dato ad un figlio a fare la differenza, quanto essere completamente sordo verso le grida di aiuto e di attenzione urlate dai propri figli attraverso i sintomi, che invocano a gran voce la presenza reale dei genitori.

Non sarebbe possibile fornire un’immagine esatta di quest’uomo esulandolo dal contesto in cui è immerso, qui la società e il lavoro hanno un ruolo estremamente rilevante e gli effetti di tutto questo sono visibili sul corpo di Ricky in un climax ascendente: dapprima occhiaie e stanchezza, affaticamento, poi schiena curva e viso cupo, infine lividi e pestate sul viso e sul corpo. Cosa ne sarà di quest’uomo? Ci rimane solo immaginarlo, dato il finale aperto. La domande restano: la rabbia di Ricky è lineare evoluzione di una frustrazione sociale oppure è emozione slatentizzata, già vivamente presente nella sua storia passata? La scena finale è esaltazione ultima di questo primo quesito. Cosa ne sarà di questa rabbia? Porterà ad un’incosciente ostinazione verso l’adempimento di compiti, come ogni automa che si rispetti? Oppure darà vita ad un cambiamento, perché lo scambio finale di sguardi e di parole tra padre e figlio non lascia assolutamente indifferenti? Potremo in tal caso parlare di rabbia relazionale, quell’emozione che grida a voce alta: “io tengo a te e voglio che tu ti prenda cura di me, così come io voglio prendermi cura di te”, che sentiamo riecheggiare per tutto il film. Noi vogliamo cogliere tutte le risorse sommerse che a turno ciascun membro della famiglia vuol portare a galla non senza fatica e sì, propendiamo per questa seconda opzione.

 

“La rabbia è requisito indispensabile per cambiare. Rabbia non nel senso personale del termine, bensì relazionale. Rifiuto ragionato di accettare l’inaccettabile”

Ken Loach

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