ISCRIVITI ALLA
NEWSLETTER

Iscriviti

Cancellati


Facebook

SEGUICI SU
FACEBOOK

DOVE SIAMO

Dove siamo Icona Dove
PIAZZA G. BOVIO, 33 - NAPOLI
Torna indietro

CINEFORUM IMEPS a cura di Mariagrazia Paturzo e Silvia D'Ovidio

01/06/2020

Autore: Verdiana Abitudine

 

Sorry, we missed you!

“Il modo migliore per evitare le grandi esplosioni

è litigare più spesso senza rinviare;

i piccoli disaccordi prontamente specificati

evitano un pericoloso accumulo di risentimento”

C. A. Whitaker

 

Avvalendomi di questo profondo incipit, voglio credere in un finale speranzoso per una storia così realistica, affinchè anche la realtà possa, a volte,  profumare di bellezza.

“Correre, lavorare, ottimizzare”: questi gli imperativi rivolti a chi quotidianamente annaspa in una società di cui occupa i margini, quasi sempre avida nell’offerta di una dignitosa attività lavorativa e pertanto, qualsiasi sua concessione diventa un’opportunità da non sprecare anche se, infondo, di imperdibile non possiede nulla. Questo il messaggio che Ken Loach vuole rendere centrale nella sua pellicola “Sorry, we missed you”, ambientata nella cornice di una crisi economica globale che rincara il prezzo della libertà, oltre a quello della vita. La sempre accesa sensibilità del regista rispetto alle tematiche sociali, crea una breccia nel mondo oscuro dei lavoratori precari, per mettere in luce gli amari retroscena della condizione di vita, ingiustamente normalizzata, di chi viene dimenticato sul ciglio del baratro. E così, la speranza di un futuro migliore e il desiderio di comprare finalmente una casa propria, spingono Ricky ad accettare un lavoro da corriere freelance,  indipendente ma non troppo, tutelato ma non fino in fondo, perseguitato da continui compromessi che lo posizionano lungo un confine, dove con l’inizio del nuovo lavoro coincide la fine dell’armonia familiare. Ricky ed Habby diventano due genitori stacanovisti, sempre schiavi della lancetta di un orologio che ticchetta e scandisce i ritmi serrati e le brevissime pause di un continuo fuggi fuggi di casa in casa, soddisfando le richieste di sconosciuti, meno che quelle della propria famiglia. 14 ore di lavoro al giorno e così poco tempo per dialogare nella propria casa, dove  filialità e genitorialità sfumano facilmente l’una nell’altra, determinando un facile scambio di ruoli;  in men che non si dica la piccola di casa, l’undicenne Lyza, diventa la madre responsabile e risoluta che ha a cuore il benessere dei suoi figli, e il pater familia un bambino che, seduttivamente, ricerca le coccole per allietare il suo tanto atteso riposo. Se però il dialogo scarseggia, la comunicazione tra i sotto sistemi genitori-figli la fa da padrona, con modalità talvolta bècere da elevare la tensione alle stelle, talvolta così pacate da intenerire chi guarda. Per cui non c’è da stupirsi se, per comunicare il suo disagio, il primogenito Seb presenta il conto salato di un’escalation di comportamenti disfunzionali, vestendo i panni di un goliardico graffitaro, con tratti antisociali, che risponde in modo scanzonato alle repliche dei genitori; se predilige il canale artistico per rendere visibile, anche a livello simbolico, l’assenza emotiva del padre eliminandolo, con uno spray, da tutte le foto di famiglia; oppure se, con versatilità, da genitore che redarguisce sulle scelte lavorative o sull’uso del cellulare a tavola, si trasforma in genitore premuroso e amorevole.La sensazione di Seb di non sentirsi visto e ascoltato da suo padre, così come denotano i suoi disegni, lo spinge a ricorrere a modalità di avvicinarlo sempre meno comprese e, quanto più si dimena negli infiniti tentativi, tanto più affonda nelle sabbie mobili delle sue frustrazioni. Di contro, la genitorializzazione dell’intelligentissima Lyza diventa una risorsa per l’intera famiglia poichè porta tra gli adulti la grazia e l’ingenuità del mondo infantile, elementi grazie ai quali riesce a regalare alla famiglia una visione meno catastrofica dei loro problemi. Quasi sempre vertice nei  molteplici triangoli familiari, svolge con dimestichezza il ruolo di mediatrice talvolta per facilitare la comunicazione tra padre e figlio talvolta per arbitrare, da buona madre, le discussioni tra i genitori, esortati a non litigare. Ma per quanto ammirevole sia la sua capacità di adattamento ad una situazione familiare così caotica, neanche lei può evitare di nascondere quanto vorrebbe che “tutto tornasse come prima”  contrapponendo alla modalità ribelle di Seb un modo più silente: quando di notte l’ipercontrollo scompare, l’enuresi bisbiglia il desiderio di ricordare ai genitori che lei è ancora la piccola di casa. Dunque, è facile capire che laddove il malessere è rappresentato dalla lontananza e il “sin – tomo” rappresenta il tentativo di unire ciò che è separato, la terapia più efficace diventa cantare e ridere addossati nel furgone di papà, colpevole di aver rubato il tempo familiare; oppure affiancarlo nel suo vorticoso iter di consegne, rafforzando quell’alleanza in grado di ripristinare l’equilibrio perduto e preservare la bellezza di un legame così forte. In questo film tutto ruota intorno al “come” esprimere all’altro quello che si ha da dire

Scusa, ci sei mancato” ma non ci viene insegnato quale sia il modo migliore per dirlo,  non c’è sempre una card prestampata che possa comunicare con gentilezza quanto fa male bussare alla porta degli affetti genitoriali e trovare occupato

 

Che prezzo ha un senso del dovere così alto? Costa così tanto credere possibile la realizzazione dei propri sogni? Così, quando il desiderio del riscatto si scontra con una realtà tanto dura e, paradossalmente, il lavoro non rende più liberi ma schiavizza, la paura della disgregazione prevale su tutto il sistema, che può scegliere se saltare verso la disorganizzazione oppure verso la coesione.

 

GUARDA LE FOTO

Imeps