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CINEFORUM IMEPS a cura di Mariagrazia Paturzo e Silvia D'Ovidio

21/05/2020

Autore: Chiara Capone e Valeria Mazzilli

La nostra su “Indivisibili”

Di Chiara Capone e Valeria Mazzilli

 

Vincitore, tra i tanti premi, del David di Donatello per la miglior sceneggiatura e attrice non protagonista (Antonia Truppo), “Indivisibili” diretto da Edoardo De Angelis (2016) è una vera e propria fiaba grottesca con tanto di orchi, mostri e due eroine adolescenti che cercano la salvezza da uno spaccato di mondo malsano, disfunzionale che trova nella chiusa, bigotta e degradata Castel Volturno il suo teatro ideale, un autentico monumento alla miseria morale.

Sfruttate da entrambi i genitori (Massimiliano Rossi e Antonia Truppo) per il loro talento canoro, le gemelle siamesi Daisy (Angela Fontana) e Viola (Marianna Fontana) scoprono che esiste la possibilità di essere operate e separate chirurgicamente. Questa scoperta segnerà per loro l’inizio di un viaggio verso la possibilità di vivere una vita migliore, verso la ricerca di un lieto fine, tuttavia messo a dura prova dalla cieca contrarietà della famiglia e l’ostilità di un mondo disumano e approfittatore.

Sullo sfondo di tanta bruttezza umana e paesaggistica, ci sono Viola e Daisy, due adolescenti che tentano disperatamente la differenziazione da un sistema familiare disfunzionale e cercano la propria individuazione. Un’individuazione che deve passare necessariamente per la separazione dei corpi, per la separazione di un’identità comune. L’adolescenza come complessa fase di transizione del ciclo di vita fa quindi da cornice alle vicende che vengono raccontate.

Ciò che colpisce di questo film è la continua proposta di dissonanze forti, sia visive che contenutistiche. Assistiamo ad un primo affascinante contrasto, quello tra l’unità corporea e la dualità psichica delle gemelle. Si declina così, in maniera molto originale, il tema del doppio, a partire proprio da una fusione corporea che porta però ad una diversità quasi oppositiva, tipica dei fratelli, ancor più dei gemelli. Questa diversità non si riduce ad una delineazione rigida di personalità differenti, ma è una porta, una porta che ci conduce ad aprirne un’altra ancora più complessa, quella della complementarietà del legame. Molto curiose sono le scene di complementarietà in cui il corpo acquisisce rilevanza centrale, come ad esempio quando l’una mangia e l’altra ha mal di pancia, o anche quando l’una pratica autoerotismo e l’altra ne riceve gli effetti.

Il tema del doppio assume un’importante centralità nel legame tra le gemelle, perché innesca nelle stesse due vissuti completamente opposti: se Daisy è mossa dal desiderio di autonomia (“voglio viaggiare, voj fa ammor”), Viola è spaventata e si chiede chi sia lei senza Daisy, se esista un modo per sopravvivere a questo mondo con un corpo solo, con un’identità unica e propria. Questo aspetto si traduce all’interno del film in un continuo capovolgimento di ruoli tra le gemelle: dove ha paura una, l’altra trasmette forza; dove una rischia di lasciarsi trascinare da un mondo approfittatore e opportunista, l’altra ha in mano la luce, la riconosce, le ricorda chi è e sarà questa alternanza senza sosta a essere la chiave della loro salvezza, il fiore che non sarà strappato.

In questo viaggio verso una terra promessa, anche il sacro si rivela una trappola da cui scappare. Questo è uno dei contrasti o se vogliamo dei paradossi maggiormente evidenti all’interno del film. Nello scenario purulento dell’hinterland casertano, Daisy e Viola sono considerate due sante, il loro corpo, un miracolo che va esibito, toccato, alla mercé di una comunità superstiziosa e retrograda, che non si preoccupa di invadere i confini dell’altro, anzi al contrario, viene fomentata dal parroco Don Salvatore (Gianfranco Gallo), il quale rappresenta la Chiesa nel suo volto venale, nella ritualità pagana e usa la loro menomazione come simbolo di creature miracolose, toccate dalla grazia, con l’unico scopo di arricchirsi. Anche qui assistiamo ad un forte contrasto, quello tra sacro e profano, laddove il sacro rappresenta il sistema collusivo (cum ludere), nel suo significato semantico negativo di giocare insieme un gioco ingannevole, come un imbroglio condiviso da più parti. E’ per questo che occorre scappare, ci si rifugia nel profano, cercando un segno dalla Sibilla Cumana nella speranza di trovare la risposta tanto desiderata. Trovano qui un piccolo indizio, un portachiavi con “the Holy Heart of Jesus” il quale, se vogliamo, può essere considerato un oggetto transizionale, che media il passaggio tra il mondo ben noto della sporca sacralità basata sulla dogmatica obbedienza, ed uno nuovo e sconosciuto da costruire e risignificare, a partire proprio dalla lingua da loro tanto amata, l’inglese, che le porta in luoghi lontani tanto desiderati, come Los Angeles e alla musica della loro cantante preferita, Janis Joplin.

Ma cosa accade quando in un sistema invischiato con confini estremamente rigidi verso il mondo esterno, viene svelato un segreto tenuto attentamente celato?

Inevitabilmente si assiste ad una rottura degli equilibri forzatamente costruiti ed è qui che il pathos viaggia ad un ritmo crescente. Si scopre quindi che il funzionamento familiare ruota tutto attorno alla dipendenza, che assume diverse forme: dipendenza da sostanze stupefacenti per la madre, dipendenza dal gioco per il padre e, non in ultimo, perno e oggetto da cui dipendere, sono le due gemelle e non solo per sussistenza economica.

Le gemelle divenute cantanti, o meglio fenomeni da baraccone da esibire come loro stesse si definiscono, riescono ad attivare una delle poche risorse visibili del padre, la scrittura di poesie, che trasforma poi in canzoni per le figlie. La scrittura lo fa sentire vivo ed è un modo per esprimere creativamente uno stato depressivo latente, ed è attraverso il successo delle figlie che avviene il suo riscatto. Se loro decidono di opporsi, però, lui crolla, manifestando tutta la sua fragilità narcisistica. Ed è qui che si capisce bene in chi sta in mano il potere.

La madre, invece, mostra tutta la sua fragilità attraverso la caduta a picco nel mondo della droga. Costantemente sotto effetto di sostanze da quando si innesca la ribellione delle figlie, è incapace di reggere il fardello del senso di colpa fomentato dal marito, che la accusa di essere colpevole dell’anomalia fisica delle figlie, a causa del suo essere ubriaca durante tutta la gravidanza. Come se non bastasse, adesso che il segreto è rivelato, le cade addosso anche tutto il peso della colpa per aver partecipato al gioco perverso sulle sorti delle figlie, mantenuto da tutto il sistema familiare, zii compresi. La percepiamo come un’ombra che si dissolve lentamente e sparisce, risucchiata dal senso di incapacità e inadeguatezza, come madre e come moglie.

Ci rendiamo conto che nonostante gli aperti conflitti portati avanti che culminano con un gesto estremo, le due ragazze non sono viste, non sono riconosciute nella loro sofferenza, ma sono considerate un prolungamento narcisistico, oggetto che non può essere svincolato, fiorellini (come ci suggeriscono i loro nomi) destinati ad appassire se cresciuti in una discarica a cielo aperto. Ed è allora che capiamo quanto la separazione sia un atto di coraggio, un gesto di amore verso se stessi. E’ l’amore che salva in questa storia, alimentato dalla fedeltà verso i propri desideri, sostenuto dall’unica risorsa accessibile, il legame d’amore con la propria sorella. Quest’amore autentico e indissolubile tra le gemelle è il segno che la bellezza trova in questo mondo sempre uno spazio, un modo, anche se piccolo e fragile, di esserci, una luce fioca che lotta contro il buio delle tenebre. Ce lo suggerisce anche il maestro Enzo Avitabile, autore delle straordinarie musiche di questo film:

 

Chi nun cunusce 'o scuro nun po' capì 'a luce”.

 

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