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LE FILASTROCCHE AI TEMPI DEL CoViD-19

03/05/2020

Autore: Carla Maglione

“Triste tristezza, spenta candela/fermo vento, vuota vela/freddo buio, notte nera/luna opaca, bianca cera/ Si accende un sorriso, diventa risata/ho fame di chiacchiere e di marmellata…”

Mi rigiro nel letto, metto il cuscino, tolgo il cuscino, cerco di pensare ad altro …

Lockdown. In inglese si dice così.

Qui la chiamano quarantena.

E invece è una gabbia. Chiusi dentro. Lui ed io.

 E’ più di un mese che seguo in TV il numero dei contagi, e questa triste contabilità fa da sfondo alle mie giornate. Non ho paura di ammalarmi, questo no. Ho paura della notte. Non riesco a dormire.

“Se la notte è troppo scura/dai un calcio alla paura/Grida forte lampadina/splendi fino a domattina…”

E’ la quinta notte che non dormo. Da quando l’ho scoperto...

Fisso il soffitto. Doghe di legno, le vedo anche al buio, ormai sono un gatto. Seguo la geometria del disegno e scendo con lo sguardo in basso. Vedo lui che se la dorme. Dorme sul fianco con quel suo modo strano, con le braccia conserte come di chi sa di dover aspettare. Aspetta, aspetta...

Da giorni mastico odio: ha un sapore amaro l’odio, è come caffeina pura, mi accelera il cuore, mi fa schizzare la pressione, mi tiene sveglia. Mi ricorda l’ansia, quella che provavo prima delle mie gare: una corda tesa, i muscoli pronti a scattare, la gola secca per l’emozione, il cuore a mille, come una macchina che riscalda i motori prima della partenza. Adrenalina pura.

Il mio sport fu la prima cosa che mi tolse: “Devi smettere di gareggiare. Devi occuparti dei bambini. Ne faremo tanti. E’ solo una perdita di tempo”. Così diceva, ed io smisi.

Provo nostalgia per quell’ansia.

Ora invece è odio.

Lui se la dorme, qui al mio fianco. Ne avverto il calore anche senza toccarlo. Lo sento respirare tranquillo e rilassato. Mi irrita il suo sonno, è una provocazione alla mia insonnia. Anche il suo odore arriva fino a me e mi dà il vomito. Odore di sudore e..sangue. Mi dà la nausea come quando l’osservo mangiare a tavola con quel modo che ha di assaporare il cibo, lentamente. Ogni volta come se fosse la prima, lo assaggia, poi emette la sentenza: troppo sale, poco sale, troppo cotto, poco cotto. “Quando impari a cucinare? Cosa fai tutto il giorno? Non hai neanche la scusa del lavoro! Niente fai!”

Ieri mi ha rovesciato addosso la minestra.

“Se la notte è troppo scura/dai un calcio alla paura/Grida forte lampadina/splendi fino a domattina. Se la pancia ti fa male e un dolore già ti assale/tu respira dolcemente/e allontana la tua mente.”

In TV vedo le foto di desolazione delle città deserte, gli ospedali pieni, le bare allineate. La paura del contagio ha compromesso i legami, azzerato il bisogno disperato di toccarsi, di parlarsi.

Bocche serrate dentro alle mascherine, sguardi sospettosi.

 “… neanche la scusa del lavoro! Niente fai!”

Il mio lavoro, bellissimo, ha voluto che lo lasciassi. Diceva che la scuola era troppo lontana, che mi sarei affaticata quando sarei rimasta incinta. Meglio lasciarlo subito. Ma io non volevo lasciare i miei bambini. Avevo una quarta elementare, li seguivo da piccolissimi, mi adoravano, amavano le mie filastrocche. Avrei voluto accompagnarli fino all’esame di quinta. Erano bellissimi, mi rallegravano la vita con le loro voci, con i loro colori, e con l’impazienza della loro età, davano sapore alla mia vita che a poco a poco diventava scialba.

Che nostalgia!

Dicono che la nostalgia sia l’amore che resta quando tutto finisce.

Ora è odio.

“Se non lasci il lavoro sarai una cattiva madre, inadatta, contro natura!”

Aveva gli elementi per distinguere cosa fosse una buona madre, mi faceva sentire in colpa. Eppure io sentivo che dentro di me c’era posto per tutto. In fondo, dalle donne passa la vita. Sempre. Dalla testa, dalla pancia, dai ricordi. Ero sicura di potercela fare. Il miracolo della vita si compie dall’alba dei giorni, questo è mettere al mondo un figlio.

Ma ricordavo mia nonna che diceva “Quando il tuo uomo dice qualcosa che non condividi, taci. Fai come fosse il rumore della pioggia. Lascialo dire, poi passa.” Lo lasciai dire e lasciai il mio lavoro.

I figli però arrivano ad un certo punto, poi non arrivano più. Non arrivavano. E tutto intorno il coro: devi avere pazienza, saper aspettare, assecondare i ritmi, non pensarci.  Cominciò la sequenza dei tentativi, prima lievi, poi pesanti, poi pesantissimi. Ricoveri e riposo. Fisicamente ero uno straccio, psicologicamente un disastro.  Restare incinta diventò un’ossessione, non esisteva altro pensiero. Prelievi, attesa, risultati, sconforto e daccapo.

Poi lui mi ha detto basta. Era stufo. Troppi soldi spesi per esami e tentativi falliti. Tutto inutile.

Ed è cominciata la commiserazione e poi le sentenze ed i suoi giudizi, le frasi che ti entrano dentro come lame nella carne. “Devi rassegnarti, non insistere, si vede che non sei fatta per essere madre. Inadatta sei.”

 Ero la donna sterile, l’aridità, il deserto, il luogo dove si getta il seme e non fiorisce.

Ma io non mi rassegnavo. Il mio amore di madre era perfetto anche nell’assenza, un amore pensato, desiderato, invocato, rimpianto. Sognato ogni notte ed intatto ad ogni risveglio. Un amore assoluto per chi non c’è. L’amore materno è anche questo. L’amore perfetto, come un lutto.

“Drago vago/serpe di mago/Figlio e nipote di pesce di lago/Dura, scura, nera paura/Brutto fantasma di brutta figura …”

Pochi aerei in cielo, scuole chiuse, file, lunghe file per la spesa. Lunghe attese. Ovunque rassegnazione e silenzio. È una parola leggera il silenzio, come i due punti: una pausa nelle parole, una promessa di quel che verrà dopo. Dopo.

Dopo ho scoperto che mi tradiva. Avevo già annusato il tradimento: il suo odore era cambiato. L’odore del sangue lo avvertivo anche da lontano, come i tori alla corrida. Poi ho avuto la conferma. L’ho sentito parlare al telefono in bagno e dai discorsi ho capito che lei lavora e fa sport! Avevano progettato la fuga ed il mio abbandono. L’ha chiamata amore. Quelle parole …. un colpo inferto sulla fronte, una lama infuocata nel petto.

Ma hanno dovuto rinviare. La vita, per fortuna, dà un posto alle cose.

Ieri sono stata in farmacia. Lunghe file anche lì. Bocche serrate dentro alle mascherine, sguardi sospettosi.

E’ quasi l’alba. Tra qualche ora il suo caffè sarà più amaro, avrà il sapore del mio odio.

“Drago vago/serpe di mago/Figlio e nipote di pesce di lago/Dura, scura, nera paura/Brutto fantasma di brutta figura/… cose malvage /cose selvagge/tornate indietro nelle vostre spiagge/Cose malate/cose maligne/Tornate indietro nelle vostre vigne …”.

 

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