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LA COMUNICAZIONE AL TEMPO DEL COVID

22/04/2020

Autore: Carla Maglione

“In questo tempo dettato da soglie e limiti, distanze ed assenze, dobbiamo di nuovo inventarci linguaggi, raccontare vissuti, trovare nuove strategie, nuove parole e gesti. Ora più che mai...,perché consapevoli che saremo proprio noi il filo che riannoda il dentro ed il fuori, nel divorante vissuto di abbandono di questi pazienti.”

 

Lo stato di emergenza e di isolamento connesso alla pandemia da SARS-CoV-2, oltre ad avere messo a dura prova il nostro Sistema Sanitario Nazionale, ha prodotto una sofferenza psicologica enorme.

In periodi “normali”, il sapere tecnico copre il 90% dell’identità professionale di medici ed infermieri, nell’isolamento, invece, la dimensione relazionale e umana è enorme.

Lo stato di emergenza da coronavirus ha prodotto un repentino cambiamento nelle modalità di comunicazione con i familiari dei malati di area critica e in tutti i setting di cura CoViD19, a causa delle misure di completo isolamento sociale.

Parlare con il paziente è difficile, sia per le condizioni cliniche spesso gravi, sia per la necessità di utilizzare DPI (Dispositivi di Protezione Individuali) che rendono complesso il riconoscimento, ma quando è possibile rimane essenziale, perché il paziente ora può comunicare solo con gli operatori sanitari. Oltre alla parola,in casi come questi, la comunicazione non verbale assume un significato particolare.

Il tempo di comunicazione è un tempo di cura e va esplicitamente previsto, assegnandogli un tempo congruo. Comunicare bene deve avere la stessa priorità dei DPI: non ripara dal virus, ma ripara dallo stress sia  dell’operatore sanitario, sia del familiare.

Comunicare con un familiare al telefono è complicato perché manca la componente prossemica del contatto vis à vis, ed è necessario fornire notizie cliniche spesso ingravescenti o drammatiche. Il familiare stesso vive quasi sempre una condizione di isolamento, non è supportato dalla presenza di una rete di prossimità e spesso non è autonomo nell’impiego di mezzi di comunicazione informatizzati.

Le competenze comunicative dei singoli professionisti e le procedure ordinarie della comunicazione in reparto sono inevitabilmente stravolte dal carico di lavoro e dalla gestione del tempo limitato. L’attuale condizione di straordinaria emergenza porta inoltre i professionisti ad operare in condizioni di stress da surmenage. Infatti, l’incertezza operativa, la difficoltà di movimenti data dai DPI, la collaborazione con colleghi nuovi, il bombardamento mediatico di notizie spesso fuorvianti, il senso di impotenza, la paura del contagio, la distanza e il timore per i propri familiari aggravano gli spazi già scarsi di decompressione emotiva.

Diventa quindi fondamentale la consapevolezza delle proprie risorse ma anche dei propri limiti e del proprio stato emotivo, in modo da attivare tempestivamente delle richieste di supporto psicologico per proteggere sia  il benessere dei familiari che degli operatori stessi.

 

Gli operatori sanitari sono inoltre gravati dalla consapevolezza di essere gli unici a poter stare vicino ai pazienti, assolvendo ad un compito relazionale normalmente svolto da parenti e amici: entrano come testimoni e, con una frequenza mai sperimentata  prima, dentro la fragilità dell’essere umano, nella sua malattia.

Quando la pandemia sarà finita, i malati e i loro familiari ricorderanno molto di quanto avranno ricevuto sul piano dell’umanità, della vicinanza e del sostegno psicologico, oltre che dei risultati clinici.

Infine, va ricordato che gli operatori sanitari sono gli unici a trovarsi vicino ai pazienti anche nel momento della morte.

Ancor di più nel momento della morte. Vivere un lutto in condizione di isolamento è un’esperienza umana ai limiti della sostenibilità. La vicinanza, la famiglia, la ritualità funeraria sono tutti elementi che accompagnano la possibilità di elaborare la perdita di un proprio caro. Aspetti “costruiti” nella storia del tempo per sostenere il processo di separazione. Oggi tutto questo è assente e il lutto rischia di essere un “lutto mancato”, un lutto senza storia.

 

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