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"Natale 2019"

23/12/2019

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Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

“Il ragazzo che mormora “infinito” mi fissa mentre viaggio in qualche parte sperduta del mondo. Sai cos’è vivere con l’infinito addosso? Viaggia pure, sembra dirmi. Ama, soffri, scrivi, abbraccia le cose della vita. E cerca l’infinito. Sii il suo lupo, il suo mendicante”. (Davide Rondoni)
Ritrovo quel ragazzo nei racconti dei miei pazienti, tra un viaggio e l’altro. Chi ha perso il mare negli occhi, chi è rimasto attaccato  al ricordo di un cielo limpido e dell’ uccello ferito in volo, chi non ha più parole e lacrime e respiri per dire della vita che se ne va, lentamente, portandosi via con sé tutti i sogni non sognati. Verità appena abbozzate tra le braccia della madre e subito deluse. Il dolore pungente di un abbandono. Il disprezzo per un corpo ingombrante. Lo specchio infranto del desiderio. Il gesto gentile di uno sconosciuto, un regalo inatteso per le labbra disabituate al sorriso. Vorrei essere lupo e medicante, cometa per il viandante, potessi togliere la fame e lasciare la sete. Nella stanza della terapia, ogni giorno si consuma un pezzetto di quello stesso infinito.
Nell’immensità delle storie che ascolto si annega il mio pensiero.
La siepe sta tra il mare e la piazza, in questi giorni illuminata, chiassosa. Aspetto il silenzio della sera, per coltivare la bellezza delle strade vuote.
E mentre “vo comparando” anch’io, voce con voce, parola con parola, suono con suono, scrivo sul “pentadramma” di questa umana commedia il mio verso di cura, gioco la mia partita, sapendo che in fondo non si guarisce mai dalla vita.
Duecento anni fa, un ragazzo appena ventenne, scrisse quello che è considerato il componimento poetico più intenso della letteratura italiana.
Erano anni difficili per  il giovane favoloso, che non aveva la comprensione del padre, né tanto meno la vicinanza affettiva della madre.
E’ sempre da un attrito che nasce la parola poetica. Si chiama verso, perché va verso la musica, come il fiume nel mare, e anela a diventare muta, a farsi suono e silenzio. Ma è un tentativo che fallisce presto. La parola è destinata a perdere.
Un distillato di armonia prodotto dalla forza generativa del conflitto.
Ci vuole una siepe perché lo sguardo possa andare oltre, perdersi, naufragare, e nell’esperienza del limite, di ciò che è finito, ritrovare la grandiosità dell’infinito.
Abbiamo bisogno di giocare e provare a  vincere la nostra partita con l’eternità.
Un altro poeta, che ha messo la bellezza nei gesti espressivi di un volto scavato dalle rughe come solchi su una roccia, sto parlando del nostro Eduardo, ci ha lasciato l’immagine semplice ed efficace di quel sorso di vino rimasto sul fondo della bottiglia, come metafora del tempo che passa e di noi che, sospesi tra nostalgia e attesa, non riusciamo a trovare pace, a stare quieti con quello che c’è.

“Esiste sulamente
‘stu mumento
‘e chisto rito ‘e vino int’a butteglia.
E che faccio,
m’o perdo?
E allora bevo…
e chistu surz’e vino
vence ‘a partita cu l’eternità”

Giacomo ed Eduardo, la profondità dello sguardo e l’amarezza di un sorriso beffardo, accomunati dallo stesso slancio desiderante: mettere in scena la fragilità e l’autenticità del nostro essere umani.
La siepe e il dito di vino, la stessa partita giocata ad armi impari, tra ciò che è destinato a finire e ciò che invece può durare. Diverso il luogo delle origini, diverso il secolo. Uguale la terra che li accoglierà alla fine: la città di Napoli, con quel brulicare di voci e di frastuoni, che mal si addice allo stormir del vento, eppure sembra invitarci ad un altrove che proviene dalle visceri, quel sapore di sacro che sta tra la sibilla e la sirena, sotto lo sguardo enigmatico di un vulcano spento. 
Tra rottura e continuità, la natura ambigua dei legami, l’amore che ci innalza oltre ogni limite e l’immensità che ci spaura, l’umano che riconosce il divino, il divino che si incarna nell’umano. Lo stesso mistero raccontato con voci diverse, quella della pallida luna, malinconica e delicata, da una parte, la risata graffiante della terra e del passo che duole, per il peso che si trova a portare, dall’altra.
Il giovane e il vecchio, il padre e il figlio, la domanda e il senso.
Siamo solitudini in cerca di memoria, abbiamo dimenticato le origini. Abbiamo confuso i giga illimitati con il desiderio di infinito. Presi dalla frettolosa voglia di essere visibili, ci siamo preclusi l’accesso all’invisibile. E invece, come ci ricorda Tarkovskij, bisogna alimentare il desiderio, tirare l’anima da tutte le parti, come se fosse un lenzuolo dilatabile all’infinito.
Dobbiamo ritrovare la giusta cadenza ritmica: “sedere, mirare, immaginare”.
Passaggi che il poeta compie a pochi passi dalla sua casa, dalla sua  storia. Gli stessi che compiamo noi terapeuti tutte le volte che stiamo per entrare in uno sguardo nuovo, in una nuova storia. Sedere, cioè accomodarsi, acquietarsi, saper aspettare il giusto tempo, fiducia senza giudizio, apertura verso tutto quello che viene. Poi mirare, cioè guardare, ci vuole uno sguardo benevolo, anche la morte ha bisogno di uno sguardo. Ma guardare è anche un po’  ascoltare, ab-audire, obbedire, sottomettersi alla parola dell’Altro, al suo potere disvelante, alla sua suggestione. Si ascolta con gli occhi e si parla con il cuore. Infine, immaginare, che viene prima di domandare o capire, ed è la vita che pulsa nonostante. Immaginare vuol dire  fingere nella mente quegli interminabili spazi e quei sovrumani silenzi, in cui ci immergiamo ogni volta che siamo capaci di attraversare la paura di essere interi, di sentirci vivi.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle…”
Come trasformare allora i nostri spazi di terapia in luoghi di cura?

Lo spazio si pensa, il luogo si abita. Lo spazio si attraversa., nei luoghi si sosta. Lo spazio si misura, il luogo si riconosce.
Il luogo ha a che fare con tre cose: la memoria, le emozioni, il desiderio. Ma io ci aggiungo il sentimento più importante,  la nostalgia, che è la fonte da cui si genera la vita.
“E mi sovvien l’eterno”, scrive Giacomo.
“Vence ‘a partita cu l’eternità”, risponde in dialetto il nostro Eduardo.
La nostalgia non è solo un ritorno doloroso al passato, si ritorna per poter ripartire, non per restare.
Nostalgia è fare della mancanza lo slancio, della partenza l’attesa, dell’impazienza la resa. E’ una condizione dell’anima che porta pace,  a Napoli si chiama “pacienza”.
Allora auguro a tutti che questo Natale risvegli la nostalgia di infinito, come gli armonici che stanno dentro un solo suono, e quando si riesce a cantarli insieme, ci accorgiamo che è  l’universo che  vibra, è l’infinito che sta cantando insieme a noi.
E beviamolo allora quell’ultimo sorso di vino, prendiamoci cura del fondo della bottiglia, vinciamo la nostra partita con l’eternità, accendiamo il fuoco nel camino e facciamo pace con la vita. In fondo tutto questo è un gioco, come quei pesci in mare, che affiorano sul pelo dell’acqua e si mettono assieme, e fanno corpo, per confondere il pericolo che viene dall’abisso. Anche i pesci, si sa, come questi nostri ragazzi, come il ragazzo di Recanati, hanno l’infinito addosso.

Giuseppe Ruggiero

 

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