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IL TURNO DI NOTTE

15/04/2019

Autore: Carla Maglione

Sara era appena arrivata, con dentro tutta intera quell’angoscia che da giorni l’accompagnava: era cominciata appena aveva saputo che le erano stati di nuovo assegnati dei turni al Centro Ustioni, per lo più nei fine settimana. Ricordava ancora quel film del ’72 con Jon Voight, “Un tranquillo week end di paura”..Era così che lo viveva. Aveva provato, ma invano a farsi sostituire,ed infine era lì, puntuale. Aveva indossato la divisa nuova, nuovissima, arancione, cinque tasche, cinque, ci sarebbe stato spazio a sufficienza per la penna, i guanti, cellulare, cellulare di servizio, carta per gli appunti da prendere alla consegna, e per le mille formule per il calcolo dei liquidi da infondere. Ma sull’etichetta interna di quella divisa, Sara avrebbe voluto trovare un simbolo che l’aiutasse poi a capire a quale temperatura e con quale lavaggio avrebbe rimosso la paura, la sofferenza e la disperazione di quelle vite di cui si sarebbe presa cura quella notte.

Sara arrivò con un po’ di anticipo per le consegne. Non era rapido come dare il cambio in sala operatoria. Era molto più lungo e complesso. I posti-letto otto, sempre pieni.
Erano ammalati difficili. Ci si passava ,con le consegne,  anche la loro storia.
Il Centro Ustioni era un luogo triste, Sara lo viveva da sempre così, un luogo dove la sofferenza non si legge solo negli occhi o nel volto dei pazienti ma si presenta evidente, violenta, corrosiva, agli occhi di chi guarda o, perlomeno ai suoi  ancora si, impreparata a tanto esplicito dolore…
Ammalati dal decorso imprevedibile. Chissà quante volte era successo di avere la sensazione di scampato pericolo, illusi di averli tirati fuori dal baratro, salvati e invece, al turno successivo, il letto  vuoto…
Inghiottiti nel nulla. Come vederli cadere in un dirupo.
Giuseppe de Ritis, il collega cui Sara diede il cambio, aveva fretta di andare, lo aspettavano a casa per una cena tra amici.

Le diede le consegne alla rapidità della luce. Era il collega più anziano del Centro Ustioni, il più preparato, gestiva il reparto come una caserma, tutto pianificato, coordinato, organizzato.
Sara aveva l’impressione, ogni volta che lo incontrava al cambio di turno, di non aver fatto i compiti a casa. Lo ascoltò, prese appunti: gli ammalati erano sette, e Giuseppe le sottolineò quelli da tenere d’occhio, i più instabili… c’era un unico posto disponibile.
Il momento più difficile è quando tutti i colleghi vanno via e si resta da soli, Sara aveva, sulle prime, sempre il timore di aver dimenticato di chiedere qualcosa.
Ma poi si sentiva sicura di poter affrontare la notte, unico comandante su quella nave con rotta verso il giorno…
Sara studiò le cartelle, mise a posto gli ultimi esami,  e fece il consueto giro tra i letti degli ammalati. Le sembrava che tutto fosse sotto controllo, quando arrivò la telefonata. Era la Centrale Operativa del 118.
Chiedeva  la disponibilità di un posto per un paziente proveniente da Roma: 20 anni, sesso maschile, ustioni sull’ottanta per cento del corpo. Praticamente già morto, pensò Sara. Diede la disponibilità per quell’ultimo posto.
Cominciò così il count-down dell’attesa. Diede disposizioni di preparare il box che lo avrebbe accolto, il respiratore, le pompe di infusione ed i monitor, le soluzioni da infondere… nella sua testa le formule per calcolare le quantità si mescolavano alle domande…

Come sarà successo? Cosa avrà provocato una così larga superficie di ustione? E, come spesso accade, gli infermieri erano sempre i primi ad essere informati dei fatti.
Erano loro che più di ogni altro, nel processo di cura e assistenza, avevano bisogno di conoscere le storie dei pazienti. Più dei medici sanno che non sono  sufficienti gli antibiotici, i drenaggi, non è sufficiente controllare le cannule, monitorare i parametri, senza entrare nelle loro storie, conoscerle, entrare nelle loro vite fa parte della terapia.
E  così, dato che le notizie corrono lungo il filo, come in una sorta di tam-tam, erano già riusciti a sapere che il paziente che aspettavano si era dato fuoco per amore! Una storia d’amore finita tragicamente! Ma come si può a 20 anni?
Arrivò in reparto alle 2.15 del mattino. Spostarlo dalla barella dell’ambulanza al letto della Terapia intensiva non fu facile: pesava almeno 80 chili, più drenaggi, cannule, sacche di infusione, ed in più …il peso dell’anima…
Sara impostò il respiratore, infuse farmaci, diede disposizioni agli infermieri, mentre utilizzava le sue capacità di trattenere il respiro dato che la mascherina che indossava non riusciva ad evitare che l’odore di carne bruciata arrivasse fino a lei…
E solo dopo la concitazione dei primi momenti, quando la tensione è alta, ed è necessario fare tutto secondo protocollo,  solo dopo, in cucina qualcuno aveva preparato il caffè, serviva a tenere svegli.
Ma Sara non riusciva a schiodarsi da lì.
Solo 20 anni… e già sull’orlo del dirupo, pronto a saltare nel vuoto…
Da quando aveva scelto di fare quel lavoro non riusciva a rassegnarsi di vederli cadere.
Era spaventoso vederseli sfuggire di mano. Era terribile venire inghiottiti dallo smarrimento dei loro sguardi.

Occhi che guardano, chiedono una pausa, una tregua nel tunnel buio dei loro giorni uguali al nero... Chiedono sollievo, lo chiedono ai suoi farmaci, e mentre lei offriva loro solo attimi di sollievo, col cuore pieno di tristezza si accorse di essere lei a cercare in loro il suo sollievo…
Sotto la mascherina che inutilmente indossava per porre una distanza tra il loro dolore ed il suo, si accorse che qualcosa le bagnava il viso…

 

Carla Maglione

Imeps