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Workshop sulla Regolazione Affettiva di Daniel Hill

18/02/2019

Autore: Dott.ssa Flavia Melchiorre

C’ero anch’io, inviata speciale per conto dell’IMePS. Obiettivo del workshop la definizione di un modello clinico della Teoria della regolazione affettiva formulata da Allan N. Schore nel 1994 nel libro "Affect Regulation and the Origin of the Self: The Neurobiology of Emotional Development".

Ciò che regola il nostro organismo è l’affetto primario, ovvero la rappresentazione somatica dello stato dell’organismo che danno un senso di inflazione o deflazione di piacere o dispiacere. Da ciò dipende la nostra capacità di adattamento. Le emozioni sono, invece, affetti categoriali secondari, traduzioni preconfezionate di affetti primari in particolari contesti. È intorno a questo mondo che si costituisce un sistema di valutazione cognitivo esperienziale che segnala l’importanza degli stimoli.
La capacità di regolazione dell’affetto emerge dalla relazione primaria di attaccamento. Si avanza l’idea di un periodo critico bifasico nello sviluppo del sistema primario di regolazione affettiva che dipende proprio dalla relazione primaria di attaccamento.

Tra i 10/12 mesi, il bambino che sta esplorando l’ambiente ha continuamente bisogno di guardare il volto materno per “rifornirsi”: l’espressione della madre, che indica disponibilità e rassicurazione, genera un arousal simpatico, sostenendo l’esplorazione favorisce una predisposizione a impegnarsi nella regolazione diadica. Tali esperienze si accumulano come ricordi impliciti che codificano le mosse relazionali e processi neurobiologici che regolano l’arousal simpatico.
Nella fase successiva di sviluppo emergono episodi ricorrenti di “misattunement”, cattiva sintonizzazione, che sono stressanti per la relazione madre-bambino. Fino a questo momento, le interazioni di attaccamento sono state prevalentemente positive, ma con lo sviluppo motorio la madre inizierà a imporgli delle limitazioni all’esplorazione inibendolo e inducendo in lui un sentimento di vergogna moderata. Nei momenti di “misattunement” il bambino passa da uno stato di iper-arousal positivo, accompagnato dall’aspettativa di uno stato di gioia condivisa, a uno stato di estrema paura o terrore, fino a uno stato di stordimento (freezing), caratterizzato da un profondo ipo-arousal negativo.

Per il bambino il legame di attaccamento è inaspettatamente reciso, ma una madre capace di sintonizzarsi con lui è in grado di cambiare efficacemente questo stato: il suo iper-arousal cala per allinearsi con lo stato angosciato e ipoattivato del bambino, permettendogli di ristabilire una connessione psicobiologica e di sentirsi rivitalizzato. L’acquisizione della vergogna moderata ha un’importanza fondamentale per lo sviluppo della capacità di tollerare gli affetti negativi e di passare in maniera resiliente da stati affettivi disregolati a stati regolati.
In quest’ottica il trauma relazionale può essere definito come l’esposizione a misattunement cronico e a stati di disregolazione prolungati nel contesto della relazione di attaccamento precoce; ciò porta a delle alterazioni delle strutture del sistema limbico e a un funzionamento carente del sistema primario di regolazione affettiva.

L’obiettivo sovraordinato della terapia basata sulla regolazione affettiva è ripristinare la capacità di sviluppo del Sé attraverso la riparazione delle carenze nel sistema primario di regolazione affettiva: ciò avviene attraverso una maggiore capacità di tollerare lo stress, che aumenta la capacità di processare la vergogna, una minore vulnerabilità alla dissociazione e un miglior funzionamento complessivo socio-emozionale.
Per ottenere cambiamenti efficaci nel sistema primario di regolazione affettiva, quelle che contano sono le comunicazioni implicite, la terapia si svolge tra i Sé impliciti. Schore parla di una “sintonizzazione vitalizzante”, ovvero stati duraturi di sintonizzazione che agiscono da catalizzatori per l’emergere di un senso di sé coerente. In altre parole, per Hill il cambiamento efficace prodotto nella psicoterapia è il senso di ripristino di sviluppo e fiducia e l’emergere del Sé come soggetto che persiste attraverso gli stati del Sé.

Daniel Hill nell’esposizione della sua teoria è stato molto chiaro; ciò che mi ha colpito ancora una volta è verificare come le scoperte scientifiche a livello neurobiologico degli ultimi anni continuino ad offrire una spiegazione a “vecchie” teorie psicologiche, che fino a poco tempo fa restavano delle possibili ipotesi teoriche, senza poter essere sistematicamente sviluppate, ma soprattutto applicate, con un buon grado di scientificità, in campo clinico.

Devo quindi essere grata per il bagaglio di idee che mi è stato trasmesso durante il workshop, ma non posso reprimere un moto di delusione per la povertà di indicazioni ricevute a proposito della loro applicazione clinica. Sarà perché formata a una scuola sistemica parlare di relazione col paziente o di sintonizzazione con lo stesso sono un fatto scontato, (“ciò che cura è la capacità di sentire l’altro dentro di sé e di cambiare l’altro attraverso il cambiamento del sé” Ruggiero, 2006), tuttavia ritengo che qualcosa in più in tal senso ci poteva e ci doveva stare.


Daniel Hill (2015),
Teoria della Regolazione Affettiva, un modello clinico, Cortina Editore, Milano

 

Imeps