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"Se fosse una scultura..."

28/12/2015

Autore: Prof. Giuseppe Ruggiero


Se fosse una scultura, caro Luigi, sarebbe certamente una scultura del Tempo, la stupenda metafora che tu hai regalato a noi e alle tante famiglie che ne hanno fatto esperienza, nelle stanze dove si ripercorre insieme la vita tra presente, futuro e passato, tra silenziose suggestioni, atmosfere dense di significati e indimenticabili figure di dolore, paura, attesa, speranza.

La tua ultima scultura ci lascia attoniti e smarriti di fronte ad una grande perdita. Proviamo a disporre i corpi, ad orientare gli sguardi, a sollevare le braccia o a distenderle composte lungo i fianchi, come tu stesso ci hai insegnato. Ma non è semplice, la commozione è tanta, qui a Napoli sarebbe il vecchio presepe la cornice più adatta per mettere in scena l’annuncio della vita che comincia insieme al  dolore di quella che si conclude. Te ne sai andato nel giorno della vigilia, prima della festa del Natale. Ora ci manca la tua voce gentile, la tua sottile ironia, quel modo discreto di porre domande, di infondere fiducia, di accarezzare il tempo. Quel tempo sospeso di cui tu hai scritto e parlato tante volte che adesso si trasforma in una preziosa eredità per le nuove generazioni di clinici, terapeuti, ricercatori, i quali, anche se non avranno il privilegio e la fortuna di incontrarti, conoscerti ed apprezzarti, continueranno ad utilizzare le tue idee, le tue metafore, il frutto della ricerca che con rigore e passione hai portato avanti negli anni.

Vogliamo ricordare ancora le tue spiccate doti di clinico eccellente, ricercatore di talento e soprattutto uomo di immensa cultura e spessore morale. I tuoi seminari e le tue letture restano tappe indimenticabili per la nostra formazione e per quella dei giovani terapeuti che lavorano con i sistemi umani. Un grandissimo merito tra tutti ti va riconosciuto: la chiarezza con cui sapevi esporre concetti talvolta complessi, una dote naturale con cui riuscivi a tradurre proprio quella complessità sempre al centro del tuo pensiero teorico-clinico in un discorso semplice, comprensibile, ma pur sempre profondo. Leggerti ed ascoltarti era un vero piacere. Oggi usare il verbo essere al passato duole alla memoria, alla pregnanza del tempo presente, all’affetto che ci lega, fa sentire tutta l’amarezza di una rinuncia per quello che ancora avremmo potuto costruire insieme. 

Sei stato qui con noi a Napoli nel maggio scorso, in un importante congresso che ha avuto come tema centrale la tua geniale idea di una nuova alleanza tra neuroscienze e psicoterapia. Insieme a Rodolfo de Bernart e tanti altri colleghi. I nostri allievi ti ricordano ancora con nostalgia, mentre li  sollecitavi a comporre una delle tue sculture familiari, creando come sempre un campo intersoggettivo di forte impatto emozionale. Con noi hai salutato ancora una volta quella città di mare che tanto amavi, dove il cuore sta avanti sul resto e padri, madri e figli sanno cantare  la melodia di una storia che viene da lontano. Perché conoscono parole e musica a memoria. Caro Gigi, tu stesso ci hai suggerito un accostamento molto originale tra mito familiare e memoria implicita. Perciò per darti l’ultimo saluto, in segno di riconoscenza e gratitudine, vogliamo farti dono di un pezzo di storia del teatro napoletano. Si tratta di una delle commedie meno famose, ma ugualmente belle, di Eduardo De Flippo, “Mia Famiglia”. Racconta delle trasformazioni della famiglia negli anni della contestazione, gli anni sessanta, del conflitto generazionale ancora capace di suscitare movimenti differenziativi e favorire delicati passaggi tra le generazioni. Si tratta di un dono simbolico, pochi stralci di dialogo in casa Stigliano, il racconto delle delusioni di un padre sul mesto declinare del tempo familiare. La scena si svolge in una stanza di passaggio che divide tutti gli ambienti dell’appartamento, luogo in cui la famiglia  s’incontra e si intrattiene.
Te l’ offriamo, Luigi, come se fosse una scultura, l’ultima,  affidata alla maschera di uno dei più grandi drammaturghi del mondo.

 

ALBERTO - (dopo una lunga pausa) Eccoci qua: marito, moglie e due figli. Un figlio, una figlia, una moglie e un marito. (Ora si rivolge al figlio) Hai capito? … Ti sei reso conto che quando in famiglia c’è uno che cade, si trascina appresso tutti quanti? … Non siamo liberi, non possiamo disporre egoisticamente della nostra vita. Siamo agganciati come una catena: una maglia cede, e tutte le altre appresso… Quando sposai tua madre… lei sta qua, lo può dire… ne parlavamo da fidanzati, anzi, io ne parlavo sempre, lei meno… Volevo dei figli. E infatti venisti tu: il maschio! Mi sentii un Dio. E pensai: “Nun moro cchiù”… Dicevo: “Tengo nu figlio… che me mporta d’ ‘o riesto!” Mi sentivo felice perché capivo che, finalmente, potevo riversare su me stesso… perché un figlio è parte di te stesso… tutto l’affetto che mio padre e mia madre avevano riversato su di me, evidentemente con lo stesso sentimento mio. E faticavo, faticavo cu’ na forza e na capacità di resistenza che facevano meraviglia a me stesso. “Nun moro cchiu”. Cammenavo p’ ‘a strada, e parlando solo dicevo: “Nun moro cchiu”. Poi venne il periodo delle malattie; sciocchezze, si capisce, malattie che tutti i bambini devono avere; ma ogni volta avevo l’impressione di tornare a casa e di non trovarti più. E vuoi sapere quali erano i pensieri che mi venivano in mente in quei momenti? Uno dei pensieri che più mi torturava era quello che mi faceva credere che se tu morivi la colpa sarebbe stata mia. Non perché ti avevo fatto mancare qualche cura o qualche specialista; ma perché pensavo: “L’ho messo io al mondo, la colpa è mia!” Tu capisci, allora, che un padre, di fronte a un figlio, la responsabilità se la sente; per quello che deve fare, per come deve vivere quando sarà grande. Che Iddio mi fulmini se una sola volta pensai di fare qualche cosa per costringerti a farti prendere la mia stessa strada, e farti avere il mio stesso avvenire. Perché tu lo devi sapere, questo: nemmeno io sono contento di quello che sono! Io pure, da ragazzo, avevo delle aspirazioni superiori alle mie possibilità. Tua madre lo sa. Scrivevo poesie! Ma poi uno si piega, uno capisce che a certe altezze non ci può arrivare; e, secondo te, non sarebbe stata una gioia per me, di vederti emergere, come non era stato possibile a me? Ecco perché quando venisti al mondo, io dicevo: “Nun moro cchiu”.

 
Cala il sipario, si spengono le luci, il teatro resta vuoto. I quattro personaggi ora tacciono. Nella penombra i loro corpi si dispongono l’uno di fronte all’altro, l’uno accanto, dietro, di fianco, in braccio, sulle spalle dell’altro. Gli sguardi si incrociano. Una sedia vuota posta in un angolo sembra volerci rammentare che c’è un tempo per nascere e un tempo per morire…

Questa notte Napoli è una città triste e non fa più rumore.
A rivederci Gigi, è stato un bellissimo viaggio!
                                                                                                       

Giuseppe Ruggiero

 

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